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Unione - Aprile 2010
IL NOSTRO POSTO NEL CARRO

«Quando un carro avanza sulla via, tirato da braccia umane, tre possono essere le reazioni degli spettatori. Qualcuno grida: “Io mi sobbarco” e va e si mette sotto le stanghe e tira anche lui. Qualcuno si mette dietro, segue il carro, incoraggia i tiratori e ogni tanto dà una spinta. A qualcuno, infine, non importa proprio niente, né del carro, né del viaggio del carro: lascia che vada per la sua strada e bada a tutt’altri affari. Quel carro è la Chiesa».
(Papa Luciani – Un pensiero al giorno – Ed. Messaggero - Padova)


Papa Albino Luciani, pontefice per pochi giorni ma per tanti anni pastore infaticabile al servizio dei Dio e dell’uomo, guardava la Chiesa che amava con obiettività e chiarezza.
Per noi battezzati – e non solo – la Chiesa è madre che ci accompagna. Apre le porte delle cattedrali e delle parrocchie, delle semplici costruzioni e tettoie in terra di missione, ma ancor più la porta del perdono, della riconciliazione, della salvezza.
A volte, però, si guarda a questa grande realtà universale, sostenuta e guidata da Cristo stesso, con occhi miopi che non consentono di scrutare oltre l’immediato. E l’indice si punta sulle debolezze di quel sacerdote, sulla gravità di comportamenti – che la Chiesa stessa condanna -, sulle contraddizioni tra fede e vita che si manifestano nell’essere e nell’agire di noi cristiani. Siamo, in questo caso, proprio spettatori che vivono ai margini, se non addirittura fuori, della realtà ecclesiale di cui ci si ricorda ogni tanto: un matrimonio, un funerale, un battesimo… E tutto finisce là. Potremmo anche essere spettatori che escono dall’anonimato per lasciarsi in qualche modo coinvolgere attraverso qualche parola di incoraggiamento o qualche azione concreta di aiuto agli altri. La Chiesa è entrata così nella nostra vita, ma, non cogliendone in pieno il senso, agiamo a corrente alternata, addossando su altri le responsabilità.
Mi piace, infine, l’immagine di tanti cristiani che con convinzione e fedeltà si pongono “sotto le stanghe”, in una posizione non certo di prestigio per essere ammirati, quanto di lavoro, di sacrificio, di condivisione con altri fratelli e sorelle spinti dall’amore per la Chiesa di Cristo.
Tante sono le immagini splendide di una moltitudine che lavora, prega e offre sia nel silenzio della vita claustrale, sia nel ritmo sostenuto della vita familiare, lavorativa, comunitaria, sia nelle difficoltà di un’esistenza vissuta in terra di missione o su un letto di ospedale. L’obiettivo è lo stesso: essere sempre più Chiesa nel posto che ciascuno di noi occupa nel mondo.
Prima di deporre la penna mi chiedo e giro anche a voi lettori la domanda: “Io sto sotto le stanghe e tiro?”.
Silvana Aloisi
unionefma@cgfma.org
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