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Unione - Marzo 2006

Perche saca lei?

Una sentenza del Tribunale di Monza accresce lo sconcerto in un campo già di per sé delicato quale è,
appunto, quello della vita. Un marito è privato del diritto alla paternità perché la moglie decide l'interruzione della gravidanza senza interpellarlo.
Il giudice dà ragione alla donna; il marito chiede di conseguenza la separazione e il risarcimento dei danni. Negata, quindi, ad un figlio la possibilità di nascere, ad un padre di opporsi ad un aborto.
In base alla legge 194, che presenta anche aspetti positivi da valorizzare riguardanti la tutela della maternità e l'aiuto alla donna in difficoltà di fronte ad una gravidanza non accettata, la donna decide da sola.
Una responsabilità sconvolgente e drammatica da
assumersi: come madre, infatti, ha il potere di vita o di morte sul proprio figlio.
Uno sguardo al passato ci presenta la donna "angelo del focolare", relegata in casa o costretta a lavori stressanti retribuiti con pochi spiccioli. Oggi, in nome di un riscatto, soprattutto sociale, occupa spazi lavorativi ugualmente gravosi, in casa e fuori, anche se in apparenza più gratificanti per una qualificata presenza
e un apporto di un certo rilievo nella società. Non certo in ambiti di potere!... Basta guardare i tavoli che contano nelle assemblee politiche, finanziarie, culturali e anche... ecclesiali. Sono occupati quasi sempre da signori, raramente da signore!
Nel caso, però, di una vita da accogliere o rifiutare, lei sola ha il diritto di decidere in quanto le si riconosce un potere insindacabile. La sua volontà di abortire prescinde quindi dal consenso del marito o del compagno.
C'è da chiedersi a questo punto se la paternità valga molto di meno di qualsiasi altro accordo preso dalla coppia in altri campi. Per la donna si tratta tuttavia di una decisione fortemente voluta oppure presa senza una oggettiva valutazione della propria responsabilità, in nome di una libertà acquisita che non ha nulla della vera libertà che genera vita. Nell'uno e nell'altro caso è una scelta che lascerà in lei un segno doloroso per sempre. Una scelta che non rispettando la sacralità dell'essere vede una mamma "vittoriosa" su un feto indifeso in cui pulsa una vita che gli sarà negata.
Silvana Aloisi
unionefma@cgfma.org
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