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Lettera Presidente - Dicembre 2008 |
Quale comunità?
Carissime e carissimi,
l’ultimo mese dell’anno se ne va e, con esso, questo 2008 così ricco di avvenimenti significativi e profetici per la nostra Associazione.
La conclusione dell’Anno Centenario di fondazione che avremmo dovuto celebrare nel mese di marzo, si terrà, come tutti ormai sapete, nell’ultima settimana di luglio 2009. Molti impedimenti reali e gravi ci hanno indotto a questa scelta sicuramente moto faticosa per noi che abbiamo l’onere ( e l’onore!) dell’organizzazione. Ma ci siamo sforzati di dare una lettura sapienziale delle difficoltà e ora, presa la decisione, riusciamo a trovare gli aspetti positivi di questo rinvio.
C’è un fenomeno, in questi ultimi giorni che mi incuriosisce e che mi spinge a condividere con voi una riflessione. Si tratta dell’ultima moda di entrare a far parte di un facebook. Come per ogni espressione della tecnologia anche per questo non voglio esprimere un valutazione. Ci sono cose che, di per sé, non sono né buone né cattive: dipende dall’uso che ne vogliamo e/o sappiamo fare. La polvere da sparo creata tanti secoli or sono per i fuochi d’artificio che sono festa, bellezza, tripudio di sensazioni ( e che a me hanno sempre suggerito il gaudio del Paradiso) è stata utilizzata,dopo, come strumento di morte per opprimere, sopprimere, sottomettere. E la nitroglicerina? Chi ora pensa alla sua origine quando assistiamo in diretta ad esecrabili atti terroristici? Potenza della libertà dell’essere umano!!!
Indubbiamente, però, se tantissime persone utilizzano internet per mettersi in contatto con tantissime altre ( conosciute o sconosciute che siano) mi assale un dubbio. Non c’è un altro mezzo migliore per comunicare, non ci sono luoghi adatti alla comunicazione, non esistono comunità dove l’essere umano si senta accolto, compreso, rispettato, amato per quello che è?! In assenza di comunità reali, ci si affida a comunità virtuali. E’istinto di sopravvivenza, necessità di contatto umano ad ogni costo: che male c’è?!
Non c’è alcun male per chi utilizza questo mezzo. Il problema ( e grave) è per noi che sappiamo parlare di stile di relazione, di ascolto, di fiducia, di rispetto… e che attribuiamo ai nostri gruppi, erroneamente a quanto pare, il nome di comunità.
Ho ricevuto una lettera dal Carcere di Rebibbia. Un detenuto che fra quelle mura legge il nostro periodico Unione, ci scrive che vorrebbe essere “dei nostri”. Mentre approfitto per inviargli da queste pagine un caloroso abbraccio, vi invito a pensare alla valenza di questo episodio. C’è bisogno, in ogni angolo della terra, in ogni condizione sociale, al di là delle vicende umane ( anche le più penose) di sentirsi appartenenti ad un gruppo. La famiglia, innanzi tutto. Poi il gruppo dei pari nell’adolescenza. E, da adulti, un gruppo con cui condividere le mete, gli ideali, le scelte.
Noi Associati il gruppo già ce l’abbiamo. Ma come lo viviamo? E quale valore gli attribuiamo?
Il più delle volte, forse, aspettiamo che siano gli altri ad arricchirlo e, se non ci soddisfa, ci allontaniamo. “Non si fa niente” si sente spesso dire. Ma da chi dipende? Il gruppo siamo noi e non dobbiamo aspettare che altri “ facciano”. Una presenza viva e propositiva arricchisce un gruppo al di là del ruolo che ricopre o delle responsabilità che il gruppo stesso le ha attribuito. Poiché prima che fare dobbiamo essere.
Questo è l’augurio che rivolgo a ciascuno di voi, alle Unioni , alle Federazioni e alle Comunità FMA, in questi giorni in cui il Bimbo Divino ci indica , da una poverissima mangiatoia, quali sono i veri valori della vita.
Con l’affetto di sempre.
Vostra Carolina. |
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