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Centralitą della persona (prendersi cura)

Un trattato di Pedagogia che si rispetti non può prescindere dall’attenzione all’educando e dalla sua centralità nell’azione educativa.
Maìn trattati di pedagogia non ne aveva mai letti né, tanto meno, si sognò mai di scriverne! Lei era educatrice, fin dagli anni vissuti in famiglia. Il tirocinio, cui la vita l’aveva chiamata, aveva consolidato in lei delle capacità e delle competenze che, arricchite dall’ansia apostolica suggeritale dallo Spirito, si trasformarono in un Carisma che è ancora vivo e vitale nel mondo.
Il concetto di centralità della persona, Maria Mazzarello lo traduce, così com’è nel suo stile semplice ed essenziale, in una frase propria del lessico familiare: «prendersi cura». Ripetutamente, nelle sue lettere, troviamo questa espressione e ci accorgiamo che traduce una grande attenzione per l’altro – giovane o adulto che sia –, un notevole interesse per ciò che gli sta a cuore, un coinvolgimento con i suoi bisogni, una vigilanza costante sul suo percorso umano e spirituale, una tenerezza infinita.
Ci si prende cura delle persone singolarmente, poiché ogni creatura è unica ed irripetibile e come tale vuole essere trattata.
Attraverso le pagine della Cronistoria e le Lettere scopriamo, a questo riguardo, una donna cui stanno a cuore le ragazze e le adulte che le sono state affidate e delle quali si sente responsabile. Le sono state affidate dai genitori, dalle vicende della vita, da…
Già! All’età di 23 anni, uscita appena dalla malattia che le aveva stroncato le energie, trovandosi un giorno a passare sulla collinetta di Borgoalto, le parve di vedere una grande casa con tante ragazze e di udire una voce che diceva: «A te le affido». Suggestione? Chissà!
Certo Maìn non aveva mai manifestato alcuna tendenza a fantasticherie di sorta e questo stesso episodio lo confidò solo a don Pestarino il quale, dal canto suo, non era avvezzo a trattarla teneramente quando scorgeva nel suo carattere aspetti che andavano corretti. L’aveva guidata durante la fanciullezza e l’adolescenza a modificare un carattere vanitoso, desideroso di riconoscimenti e adulazioni, tendenzialmente irascibile e predisposto a torturarsi per le preoccupazioni. C’è da non crederci: non riusciamo a riconoscere in questa descrizione la nostra Maìn. Potenza di un’azione educativa forte e competente su un’indole per niente docile ma aperta all’azione della Grazia!
Ora il suo Direttore le imponeva di non pensare a quelle stranezze.
Così lei, a quella specie di visione, si sforzò di non pensare più.
Ma chi, alla luce di ciò che avvenne dopo, può affermare che si trattasse di allucinazione?
«A te le affido». E Maìn se ne prese cura. E, dopo di lei, altre donne continuano a prendersene cura. A tempo pieno, con una scelta radicale di vita.

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