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Conclusione: una leggenda di sapore sapienziale

E adesso per concludere, come ho fatto in precedenti commenti alla Strenna, vi presento una leggenda che può rappresentare una sintesi di quanto vi ho espresso in questo commento.

Una Famiglia
Nel cuore di una vallata di campi, prati e boschi, in una casetta a due piani, viveva una famigliola felice. Erano tre, per il momento: una mamma, un papà e un bambino biondo di sei anni. Il papà lavorava in una fabbrica di rubinetti, la mamma coltivava l’orto dietro la casetta e governava con mano ferma dodici galline pettegole e un gallo prepotente. Il bambino andava a scuola felice e fiero, tanto che aveva già imparato a scrivere il suo nome. Sapeva anche il significato della parola “effervescente”.
Al centro della valle scorreva un torrente allegro e tortuoso.
La casetta sorgeva un po’ isolata dal paese e così, la domenica, la famigliola si stipava in un’auto piccolina e andava a Messa nella chiesa parrocchiale. E poi mangiavano il gelato o la cioccolata calda, secondo la stagione.
La sera, nella casetta c’era sempre un po’ di trambusto, perché il bambino, prima di andare a letto, trovava sempre qualche scusa, come contare le stelle o le lucciole o i quadretti della tovaglia.
Prima di addormentarsi tutti insieme pregavano. Un angelo del Signore, tutte le sere, raccoglieva le preghiere e le portava in cielo.
Un autunno, piovve per molti giorni. Il torrente si gonfiò di acqua scura. A monte, i tronchi e il fango formarono una diga che formò un lago limaccioso. Al tramonto, sotto la pressione dell’acqua, la diga crollò. La valle cominciò ad essere sommersa dall’acqua.
Il papà svegliò la mamma e il bambino. Si strinsero l’un l’altro spaventati, perché l’acqua aveva invaso il pianterreno della casetta. E continuava a salire. Sempre più scura, sempre più veloce.
«Saliamo sul tetto!» disse il papà. Prese il bambino, che si avvinghiava silenzioso al suo collo, con gli occhi colmi di terrore, e salì in soffitta e di là sul tetto. La mamma li seguì.
Sul tetto si sentirono come naufraghi su un’isoletta, che diventava sempre più piccola. Perché l’acqua continuava a salire e arrivò implacabile alle ginocchia del papà.
Il papà si sistemò ben saldo sul tetto, abbracciò la mamma e le disse: «Prendi il bambino in braccio e sali sulle mie spalle!»
Mamma e bambino salirono sulle spalle del papà che continuò: «Mettiti in piedi sulle mie spalle e alza il bambino sulle tue. Non aver paura. Qualunque cosa capiti io non ti lascerò!».
La mamma baciò il bambino e disse: «Sali sulle mie spalle e non avere paura. Qualunque cosa capiti io non ti lascerò!».
L’acqua continuava ad alzarsi. Sommerse il papà e le sue braccia tese a tenere la mamma, poi inghiottì la mamma e le sue braccia tese a tenere il bambino. Ma il papà non mollò la presa e neanche la mamma. L’acqua continuò a salire. Arrivò alla bocca del bambino, agli occhi, alla fronte.
L’angelo del Signore, che era venuto a prendere le preghiere della sera, vide solo un ciuffetto biondo spuntare dall’acqua torbida.
Con mossa leggera afferrò il ciuffo biondo e tirò. Attaccato ai capelli biondi venne su il bambino e attaccata al bambino venne su la mamma e attaccato alla mamma venne su il papà. Nessuno aveva mollato la presa.
L’angelo spiccò il volo e posò con dolcezza l’originale catena sulla collina più alta, dove l’acqua non sarebbe mai arrivata. Papà, mamma e bambino ruzzolarono sull’erba, poi si abbracciarono piangendo e ridendo.
Invece delle preghiere, quella sera l’angelo portò in cielo il loro amore. E tutte le schiere celesti scoppiarono in un fragoroso applauso.
Ecco, miei cari, si tratta di una “parabola” molto salesiana, perché il messaggio è che cominciando dai piccoli “tiriamo su” il resto della famiglia.
Finisco rinnovando gli auguri di Buon Anno 2006, che incominciamo sotto la protezione della Madonna, la Madre di Dio. Ella ci insegni a contemplare la famiglia che è riuscita a creare a Nazareth per capirne il segreto ed imitarla.

Con affetto, in Don Bosco

Don Pascual Chávez V.
Rettor Maggiore

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