La famiglia, cammino di umanizzazione del Figlio di Dio
L’incarnazione del Figlio di Dio, nato da donna, nato sotto la legge per riscattare coloro che erano sotto la legge e dare loro il potere di diventare figli di Dio (cfr. Gal 4,4-5), non è stata un evento legato solamente al momento della nascita, ma ha abbracciato tutto l’arco della vita umana di Gesù, fino alla morte di croce, come confessa l’apostolo Paolo (cfr. Fil 2,8). Il Concilio Vaticano II si esprimeva dicendo che il Figlio di Dio ha lavorato con mani d’uomo ed ha amato con cuore d’uomo (cfr. GS 22). La sua umanità non è stata dunque un ostacolo per rivelare la sua divinità, anzi è stata il sacramento che gli è servito per manifestare Dio e renderlo visibile e raggiungibile. È bello contemplare un Dio che ha voluto così bene all’uomo, da farlo diventare strada per arrivare a Lui. Proprio per questo la strada della Chiesa è l’uomo, che essa deve amare, servire ed aiutare a raggiungere la sua pienezza di vita.
Ma proprio perché voleva incarnarsi, Dio ha dovuto cercarsi prima una famiglia, una madre (cfr. Lc 1,26-38) e un padre (cfr. Mt 1,18-25). Se nel grembo verginale di Maria Dio si è fatto uomo, nel seno della famiglia di Nazareth il Dio incarnato ha imparato ad diventare uomo. Per nascere, Dio ha avuto bisogno di una madre; per crescere e diventare uomo, Dio ha avuto bisogno di una famiglia. Maria non è stata solo Colei che ha partorito Gesù; da vera mamma, accanto a Giuseppe, è riuscita a fare della casa di Nazareth un focolare di “umanizzazione” del Figlio di Dio (cfr. Lc 2,51-52).
L’incarnazione del Figlio di Dio, appunto perché autentica, ha assunto pienamente le modalità dello sviluppo naturale di ogni creatura umana, che ha bisogno di una famiglia che l’accoglie, che l’accompagna, che l’ama e che collabora con lei nello sviluppo di tutte le sue dimensioni umane, quelle che la rendono veramente “persona” umana. Tutto ciò nella scoperta di un progetto di vita, che permette di capire come sviluppare le proprie risorse e trovare senso e successo nella vita.
Questa necessaria e immancabile funzione educatrice che ogni famiglia deve offrire ai suoi membri, nel caso della Famiglia di Nazareth trova la sua testimonianza in una pagina del vangelo di Luca. È l’episodio che si riferisce al ritrovamento di Gesù nel tempio: «Al vederlo restarono stupiti e sua madre gli disse: “Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo”. Ed egli rispose: “Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?”. Ma essi non compresero le sue parole. Partì dunque con loro e tornò a Nazareth e stava loro sottomesso. Sua madre serbava tutte queste cose nel suo cuore. E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia, davanti a Dio e davanti agli uomini» (Lc 2, 48-52).
In questa pagina troviamo tre indicazioni preziose su quanto la famiglia è chiamata a fare nei confronti dei figli, affinché diventino “veri cittadini e buoni cristiani”. In tal senso questa potrebbe considerarsi una indovinata rilettura salesiana del principio dell’incarnazione in un progetto educativo.
Innanzitutto, non è indifferente che Giuseppe e Maria abbiano portato Gesù al Tempio nell’età in cui il figlio deve imparare ad inserirsi a pieno titolo nella vita del suo popolo, facendo proprie le tradizioni che hanno alimentato e sostenuto la fede dei genitori: la famiglia di Gesù l’ha introdotto all’obbedienza della legge e alla pratica della fede, anche se i suoi genitori sapevano che il loro era Figlio di Dio. L’origine divina di Gesù non lo ha sottratto all’obbligo, universale in Israele, di osservare la legge di Dio; il Figlio di Dio ha imparato ad essere uomo imparando ad obbedire agli uomini.
È da rilevare, inoltre, l’atteggiamento rispettoso dei genitori davanti al figlio che, da solo, cerca la volontà di Dio sulla propria vita. La risposta di Gesù ha quasi un tono di meraviglia, come a dire: «Ma come, voi mi avete insegnato a chiamare Dio Abba, Papà, e a cercare sempre la sua volontà, e proprio oggi e qui, a casa Sua, nel giorno del “Bar Mitzvá”, quando sono diventato a pieno titolo “figlio della Legge” per vivere d’ora in poi compiendo il disegno del Padre, mi domandate dove mi trovavo, perché ho fatto così?» (cfr. Lc 2,49). Non ancora maggiorenne, Gesù ricorda ai genitori che sono stati loro a insegnargli che Dio e le sue cose precedono pure la famiglia e la sua cura.
Infine, notiamo che l’incomprensione dei genitori non è ostacolo all’obbedienza del figlio, che torna con loro a Nazareth; Gesù si sottomette all’autorità dei genitori che non riescono più a capirlo. E così, conclude l’evangelista, mentre Maria “serbava tutte queste cose nel suo cuore” (Lc 2,51), Gesù “cresceva in età, sapienza e grazia davanti a Dio e agli uomini” (Lc 2,52). Ecco l’elogio più grande della capacità educativa di Giuseppe e Maria. Ecco cosa significa in pratica fare di una famiglia, casa e scuola, “culla della vita e dell’amore e luogo primario di umanizzazione”.
È in famiglia che Gesù ha imparato l’obbedienza alla legge e si è immerso nella cultura di un popolo; è in famiglia che Gesù ha mostrato di volere dare a Dio il primo posto e di occuparsi in primo luogo delle cose di Dio; è alla vita di famiglia che Gesù, cosciente de essere figlio di Dio, è ritornato per crescere, come uomo, davanti agli uomini, “in età, sapienza e grazia”. Il figlio di Dio poté venire alla vita nascendo da una madre vergine, senza contare per questo su una famiglia, ma senza di essa non poté crescere e maturare come uomo! Una vergine concepì il figlio di Dio; una famiglia l’umanizzò.
Mi domando se si potrebbe dire di più sul valore sacrosanto della famiglia!
|